L'unico compito della preghiera è richiamare le anime dei defunti dallo stesso cammino della morte, sostenere i deboli, curare i malati, liberare gli indemoniati, aprire le porte del carcere, sciogliere le catene degli innocenti. Essa lava i peccati, respinge le tentazioni, spegne le persecuzioni, conforta i pusillanimi, incoraggia i generosi, guida i pellegrini, calma le tempeste, arresta i malfattori, sostenta i poveri, ammorbidisce il cuore dei ricchi, rialza i caduti, sostiene i deboli, sorregge i forti. (L'orazione, cap. 29)
giovedì 10 giugno 2010
venerdì 7 maggio 2010
S.Paolo, Lavorare per la salvezza
12 Quindi, miei cari, obbedendo come sempre, non solo come quando ero presente, ma molto più ora che sono lontano, attendete alla vostra salvezza con timore e tremore.13 E' Dio infatti che suscita in voi il volere e l'operare secondo i suoi benevoli disegni.
14 Fate tutto senza mormorazioni e senza critiche,15 perché siate irreprensibili e semplici, figli di Dio immacolati in mezzo a una generazione perversa e degenere, nella quale dovete splendere come astri nel mondo,16 tenendo alta la parola di vita. Allora nel giorno di Cristo, io potrò vantarmi di non aver corso invano né invano faticato.17 E anche se il mio sangue deve essere versato in libagione sul sacrificio e sull'offerta della vostra fede, sono contento, e ne godo con tutti voi.18 Allo stesso modo anche voi godetene e rallegratevi con me.
S.Paolo, Mantenere l'unita' nell'umilta'
S.Paolo, lett. ai Filippesi, 2,1.
2 1 Se c'è pertanto qualche consolazione in Cristo, se c'è conforto derivante dalla carità, se c'è qualche comunanza di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione,2 rendete piena la mia gioia con l'unione dei vostri spiriti, con la stessa carità, con i medesimi sentimenti.3 Non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso,4 senza cercare il proprio interesse, ma anche quello degli altri.
5 Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù,6 il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio;7 ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana,8 umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce.9 Per questo Dio l'ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome;10 perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra;11 e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre.
sabato 20 marzo 2010
che cosa vuol dire : "amare"
Amare significa sempre rendere possibile all’essere amato la libertà: anche nel rapporto fra esseri umani.
Significa rinunciare a volere che l’altro compia ciò che noi vorremmo che compisse, perché così non ameremmo lui, ma noi stessi in lui; e significa rinunciare a voler sapere meglio di lui che cosa è il meglio, per lui.
In un certo senso amare comporta sempre una decisione di impotenza e di follia.
Significa rinunciare a volere che l’altro compia ciò che noi vorremmo che compisse, perché così non ameremmo lui, ma noi stessi in lui; e significa rinunciare a voler sapere meglio di lui che cosa è il meglio, per lui.
In un certo senso amare comporta sempre una decisione di impotenza e di follia.
sabato 6 marzo 2010
venerdì 8 gennaio 2010
mercoledì 30 dicembre 2009
....ercole !!
Questa dualità è la gloria dell’umanità e costituisce anche il problema che ogni essere umano deve risolvere. Padre- Spirito e Madre-Materia s’incontrano nell’uomo ed il lavoro del discepolo diventa quello di liberarsi dai vincoli della madre e rispondere così all’amore del Padre.
Questa dualità emerge anche dal fatto che egli era uno dei gemelli. Leggiamo infatti che uno dei gemelli fu generato da un padre terreno, mentre l’altro era figlio di Zeus. Questa è la grande realizzazione a cui giunge ogni essere umano evoluto e cosciente di sé. Egli diventa consapevole di due aspetti nella sua natura. Uno è la personalità ben sviluppata ed altamente organizzata attraverso la quale abitualmente egli si esprime (mentale, emotiva e fisica), con tutte e tre le parti coordinate in un’unità integrata. L’altra è la natura spirituale, con i suoi impulsi e le sue intuizioni, la sua costante spinta verso il divino e il conseguente conflitto scaturito dalla consapevolezza di tale dualità. Ercole era il discepolo vivente in un corpo fisico, ma capace, a volte, come S. Paolo, di essere “rapito al terzo cielo” e di comunicare con esseri divini. In quello stato egli ebbe la visione del Piano, seppe ciò che doveva fare e percepì la realtà della vita spirituale.
Vi è anche un altro piccolo fatto interessante nella storia della sua vita, che ha attinenza con questa stessa verità. Si dice che, ancora bambino, Ercole uccise il suo gemello. Così egli non era più un’entità divisa, non era più una dualità, ma un’unità formata da anima e corpo. Questa condizione denota sempre lo stadio del discepolo. Egli ha raggiunto l’“unificazione” e sa di essere un’anima in un corpo e non un’anima ed un corpo e questa consapevolezza dovrà ora guidare tutte le sue azioni. La storia racconta che, ancora nella culla, il vigoroso bambino uccise due serpenti, ponendo di nuovo l’accento sulla dualità. Con questo atto egli anticipò il proprio futuro, nel quale avrebbe dimostrato che la natura fisica non lo dominava più, che poteva strangolare il serpente della materia e che la grande illusione non lo teneva più prigioniero. Egli uccise il serpente della materia ed il serpente dell’illusione. Studiando la simbologia del serpente, lo troveremo rappresentato in tre modi: uno rappresenta la materia, l’altro l’illusione e il terzo la saggezza. Quest’ultimo si manifesta solamente quando gli altri due siano stati uccisi.
Questo senso di dualità è il primo stadio dell’esperienza spirituale e caratterizza i pensieri di tutti i grandi aspiranti e mistici del mondo.
TRATTO DA : a.a.bailey, le fatiche di ercole
Questa dualità emerge anche dal fatto che egli era uno dei gemelli. Leggiamo infatti che uno dei gemelli fu generato da un padre terreno, mentre l’altro era figlio di Zeus. Questa è la grande realizzazione a cui giunge ogni essere umano evoluto e cosciente di sé. Egli diventa consapevole di due aspetti nella sua natura. Uno è la personalità ben sviluppata ed altamente organizzata attraverso la quale abitualmente egli si esprime (mentale, emotiva e fisica), con tutte e tre le parti coordinate in un’unità integrata. L’altra è la natura spirituale, con i suoi impulsi e le sue intuizioni, la sua costante spinta verso il divino e il conseguente conflitto scaturito dalla consapevolezza di tale dualità. Ercole era il discepolo vivente in un corpo fisico, ma capace, a volte, come S. Paolo, di essere “rapito al terzo cielo” e di comunicare con esseri divini. In quello stato egli ebbe la visione del Piano, seppe ciò che doveva fare e percepì la realtà della vita spirituale.
Vi è anche un altro piccolo fatto interessante nella storia della sua vita, che ha attinenza con questa stessa verità. Si dice che, ancora bambino, Ercole uccise il suo gemello. Così egli non era più un’entità divisa, non era più una dualità, ma un’unità formata da anima e corpo. Questa condizione denota sempre lo stadio del discepolo. Egli ha raggiunto l’“unificazione” e sa di essere un’anima in un corpo e non un’anima ed un corpo e questa consapevolezza dovrà ora guidare tutte le sue azioni. La storia racconta che, ancora nella culla, il vigoroso bambino uccise due serpenti, ponendo di nuovo l’accento sulla dualità. Con questo atto egli anticipò il proprio futuro, nel quale avrebbe dimostrato che la natura fisica non lo dominava più, che poteva strangolare il serpente della materia e che la grande illusione non lo teneva più prigioniero. Egli uccise il serpente della materia ed il serpente dell’illusione. Studiando la simbologia del serpente, lo troveremo rappresentato in tre modi: uno rappresenta la materia, l’altro l’illusione e il terzo la saggezza. Quest’ultimo si manifesta solamente quando gli altri due siano stati uccisi.
Questo senso di dualità è il primo stadio dell’esperienza spirituale e caratterizza i pensieri di tutti i grandi aspiranti e mistici del mondo.
TRATTO DA : a.a.bailey, le fatiche di ercole
venerdì 18 dicembre 2009
...nascita del mondo materiale
....Se fate lo sforzo di portare la vostra immaginazione indietro nel tempo, potrete figurarvi lo spazio in cui nulla è visibile; ed in questo spazio - ove sembra esservi il vuoto, ma ove in realtà tutto è pieno, soltanto pienezza invisibile all'occhio - in questo spazio dunque comincia a sollevarsi una leggera nebbia, troppo delicata perfino per essere chiamata una nebbia, però è la parola più vicina ad esprimere questo principio di aggregazione; mentre state guardando, la nebbia diventa più densa e sempre più densa a misura che il tempo passa, aggregandosi sempre più strettamente insieme e rendendo più vasto lo spazio attorno ad essa; finché ciò che sembrava la più lieve delle ombre prende forma, diventa più definita durante il procedimento, e poi se voi foste testimoni di questa costruzione di mondi vedreste la nebulosa diventare densa e sempre più densa, e separarsi sempre più decisamente nello spazio fino a quando un sistema si è formato con un sole centrale ed i pianeti che lo circondano.
E così succede, per quanto malamente espresso, della venuta dello Spirito nella individualizzazione: è come il debole apparire di un'ombra nel vuoto universale, che viceversa è il più pieno di tutti i pieni, e poi quest'ombra diventa una nebbia, e poi acquista una forma sempre più netta, diventando sempre più definita a misura che l'evoluzione procede, finché ecco che là ove sul principio vi era soltanto la più debole delle ombre e poi una nebbia crescente, ora esiste un individuo, uno Spirito: questo è il procedimento figurativo della formazione della coscienza individuale.
E se potete soffermarvi per un momento su questo pensiero, potrete forse rendervi conto come lo Spirito si formi durante il lungo corso dell'evoluzione e come questo Spirito non sia fin dall'inizio una cosa completa che si butta giù, come un nuotatore si tuffa nell'oceano della materia, ma sia costruito lentamente, molto lentamente, o densificato, se ancora posso servirmi di questa immagine, finché fuori dall'Universo appare l'individuo, ed un individuo che sempre cresce a misura, che l'evoluzione procede.
Quello Spirito perdura, come sappiamo, attraverso tutte le vite per infiniti anni, per incalcolabili secoli.
E' l'individuo in via di crescita, e la sua consapevolezza è la consapevolezza di tutto ciò che sta dietro a lui nel processo della sua crescita.
Lo Spirito è quella entità, divenuta oggi possente in alcuni dei Figli degli Uomini; ha dietro di sè un passato accumulato sempre presente alla sua coscienza, che tanto si è allargata durante la marcia sul sentiero da tempo immemorabile percorso; ha quella vasta consapevolezza che racchiude in sè tutte le sue vite e realizza tutto il suo passato.
E quando arriva il tempo di una nuova nascita e nuove esperienze debbono essere raccolte,questo Spirito - che è andato sempre crescendo attraverso le età - proietta una parte di sè stesso in un nuovo involucro destinato a mietere nuove esperienze; e questa parte che si protende ondeggiando verso i piani inferiori, affinché là possa accrescere la sua sapienza di cui si servirà lo Spirito per diventare sempre più grande, questa parte di sè stesso che si protende ondeggiando è ciò che noi chiamiamo la Mente nell'uomo; è la parte dello Spirito che opera nel cervello, che è confinata nel cervello, che è dolorosamente limitata dal cervello, letteralmente oppressa dal peso della carne, che rende la sua consapevolezza offuscata, perché non può farsi strada attraverso il denso velo della materia.
Tutta quella grandezza che noi sappiamo essere la Mente non è che questa parte dello Spirito che lotta, che lavora nel cervello allo scopo di sempre più ingrandire lo Spirito.
E mentre in esso lavora, mette allo scoperto quali siano i poteri dello Spirito, perché è lo Spirito stesso, anche se rivestito delle limitazioni della materia.
Quella parte dello Spirito che si può manifestare per mezzo del cervello è la mente della persona di cui ora stiamo seguendo l'evoluzione.
Talvolta la manifestazione è grande, talvolta è piccola, a seconda del grado di evoluzione raggiunto.
Ma ciò che l'uomo comprende quando è arrivato nella Corte esterna, è che lo Spirito è sè stesso e che la mente è soltanto la sua manifestazione transitoria.
Ed allora egli comincia a rendersi conto che proprio come il corpo e la natura-desiderio devono essere soggetti alla mente, la quale è parte dello Spirito imprigionato, così la mente stessa deve essere soggetta al grande Spirito, di cui per il momento è soltanto una proiezione che lo rappresenta; comincia a rendersi conto che essa è soltanto uno strumento, soltanto un organo dello Spirito, manifestato per compiere un dato lavoro e per la messe che deve raccogliere, per poi essere nuovamente assorbita dallo Spirito.
Rendendosi conto di ciò, quale sarà dunque la posizione del nostro candidato?
La mente impara; a misura che questa mente si mette in contatto col mondo esterno raccoglie dei fatti, li analizza, li cataloga e forma i suoi giudizi su di essi; il risultato di quest'attività va verso l'alto, passa attraverso questa espansione dello Spirito per andare su, o meglio per penetrare lo Spirito; è questo risultato che lo Spirito porta con sè in Devachan, e quivi ne estrae quanto sarà trasformato in saggezza.
Poiché la saggezza è assai differente dal semplice sapere.
Il sapere è tutta quella massa di fatti e di giudizi sui fatti e di conclusioni che ne derivano; la saggezza è l'essenza che viene estratta dal tutto, che è stata assorbita dallo Spirito quale frutto di tutte le sue esperienze, ed è - come già sapete - appunto in Devachan che queste esperienze vengono trasformate in saggezza.
Ma il nostro candidato, che sa tutto ciò, si renderà conto che lo Spirito è l' “Io”, lo Spirito che è passato per tutte quelle vite e che è andato lentamente formandosi durante il processo, quello è l'Io, che poi è il vero sè stesso, per quel tanto che ora può capire.
Ed allora egli comincia a comprendere perché sin dall'inizio gli è stato raccomandato di non confondere l'Io che è eterno con la mente che è soltanto una manifestazione transitoria dell'Io.
La Mente è la manifestazione dello Spirito nel mondo della materia, ed in questo si manifesta per servire agli scopi dello Spirito.
Allora egli comincia a comprendere la risposta che vien data al discepolo quand'egli lancia al Maestro la sua prima supplica per avere da Lui l'insegnamento, quando, dopo aver trovato la strada che conduce alla Corte esterna, egli grida: O Maestro, cosa devo fare per ottenere la saggezza?
O Saggio fra i Saggi, come fare per diventare perfetto?
Ecco le parole che - sembrano strane a tutta prima - escono dalle labbra del Saggio fra i Saggi: “Cerca la Via. Ma, o discepolo, sii di cuore puro prima di cominciare il tuo viaggio. Prima di muovere un passo, impara a discernere il vero dal falso, l'effimero dal durevole” (La Voce del Silenzio).
Ed il Maestro prosegue nella spiegazione della differenza fra dottrina e saggezza - cosa è ignoranza, cosa è conoscenza, e cosa è la saggezza che succede ad entrambi.
E viene poi fatta la distinzione fra la mente “simile ad uno specchio”, che raccoglie polvere mentre riflette, e le “brezze della saggezza dello Spirito che spazzano via la polvere delle nostre illusioni” ....
tratto da : a.besant verso il tempio, pag.22 e seg.
E così succede, per quanto malamente espresso, della venuta dello Spirito nella individualizzazione: è come il debole apparire di un'ombra nel vuoto universale, che viceversa è il più pieno di tutti i pieni, e poi quest'ombra diventa una nebbia, e poi acquista una forma sempre più netta, diventando sempre più definita a misura che l'evoluzione procede, finché ecco che là ove sul principio vi era soltanto la più debole delle ombre e poi una nebbia crescente, ora esiste un individuo, uno Spirito: questo è il procedimento figurativo della formazione della coscienza individuale.
E se potete soffermarvi per un momento su questo pensiero, potrete forse rendervi conto come lo Spirito si formi durante il lungo corso dell'evoluzione e come questo Spirito non sia fin dall'inizio una cosa completa che si butta giù, come un nuotatore si tuffa nell'oceano della materia, ma sia costruito lentamente, molto lentamente, o densificato, se ancora posso servirmi di questa immagine, finché fuori dall'Universo appare l'individuo, ed un individuo che sempre cresce a misura, che l'evoluzione procede.
Quello Spirito perdura, come sappiamo, attraverso tutte le vite per infiniti anni, per incalcolabili secoli.
E' l'individuo in via di crescita, e la sua consapevolezza è la consapevolezza di tutto ciò che sta dietro a lui nel processo della sua crescita.
Lo Spirito è quella entità, divenuta oggi possente in alcuni dei Figli degli Uomini; ha dietro di sè un passato accumulato sempre presente alla sua coscienza, che tanto si è allargata durante la marcia sul sentiero da tempo immemorabile percorso; ha quella vasta consapevolezza che racchiude in sè tutte le sue vite e realizza tutto il suo passato.
E quando arriva il tempo di una nuova nascita e nuove esperienze debbono essere raccolte,questo Spirito - che è andato sempre crescendo attraverso le età - proietta una parte di sè stesso in un nuovo involucro destinato a mietere nuove esperienze; e questa parte che si protende ondeggiando verso i piani inferiori, affinché là possa accrescere la sua sapienza di cui si servirà lo Spirito per diventare sempre più grande, questa parte di sè stesso che si protende ondeggiando è ciò che noi chiamiamo la Mente nell'uomo; è la parte dello Spirito che opera nel cervello, che è confinata nel cervello, che è dolorosamente limitata dal cervello, letteralmente oppressa dal peso della carne, che rende la sua consapevolezza offuscata, perché non può farsi strada attraverso il denso velo della materia.
Tutta quella grandezza che noi sappiamo essere la Mente non è che questa parte dello Spirito che lotta, che lavora nel cervello allo scopo di sempre più ingrandire lo Spirito.
E mentre in esso lavora, mette allo scoperto quali siano i poteri dello Spirito, perché è lo Spirito stesso, anche se rivestito delle limitazioni della materia.
Quella parte dello Spirito che si può manifestare per mezzo del cervello è la mente della persona di cui ora stiamo seguendo l'evoluzione.
Talvolta la manifestazione è grande, talvolta è piccola, a seconda del grado di evoluzione raggiunto.
Ma ciò che l'uomo comprende quando è arrivato nella Corte esterna, è che lo Spirito è sè stesso e che la mente è soltanto la sua manifestazione transitoria.
Ed allora egli comincia a rendersi conto che proprio come il corpo e la natura-desiderio devono essere soggetti alla mente, la quale è parte dello Spirito imprigionato, così la mente stessa deve essere soggetta al grande Spirito, di cui per il momento è soltanto una proiezione che lo rappresenta; comincia a rendersi conto che essa è soltanto uno strumento, soltanto un organo dello Spirito, manifestato per compiere un dato lavoro e per la messe che deve raccogliere, per poi essere nuovamente assorbita dallo Spirito.
Rendendosi conto di ciò, quale sarà dunque la posizione del nostro candidato?
La mente impara; a misura che questa mente si mette in contatto col mondo esterno raccoglie dei fatti, li analizza, li cataloga e forma i suoi giudizi su di essi; il risultato di quest'attività va verso l'alto, passa attraverso questa espansione dello Spirito per andare su, o meglio per penetrare lo Spirito; è questo risultato che lo Spirito porta con sè in Devachan, e quivi ne estrae quanto sarà trasformato in saggezza.
Poiché la saggezza è assai differente dal semplice sapere.
Il sapere è tutta quella massa di fatti e di giudizi sui fatti e di conclusioni che ne derivano; la saggezza è l'essenza che viene estratta dal tutto, che è stata assorbita dallo Spirito quale frutto di tutte le sue esperienze, ed è - come già sapete - appunto in Devachan che queste esperienze vengono trasformate in saggezza.
Ma il nostro candidato, che sa tutto ciò, si renderà conto che lo Spirito è l' “Io”, lo Spirito che è passato per tutte quelle vite e che è andato lentamente formandosi durante il processo, quello è l'Io, che poi è il vero sè stesso, per quel tanto che ora può capire.
Ed allora egli comincia a comprendere perché sin dall'inizio gli è stato raccomandato di non confondere l'Io che è eterno con la mente che è soltanto una manifestazione transitoria dell'Io.
La Mente è la manifestazione dello Spirito nel mondo della materia, ed in questo si manifesta per servire agli scopi dello Spirito.
Allora egli comincia a comprendere la risposta che vien data al discepolo quand'egli lancia al Maestro la sua prima supplica per avere da Lui l'insegnamento, quando, dopo aver trovato la strada che conduce alla Corte esterna, egli grida: O Maestro, cosa devo fare per ottenere la saggezza?
O Saggio fra i Saggi, come fare per diventare perfetto?
Ecco le parole che - sembrano strane a tutta prima - escono dalle labbra del Saggio fra i Saggi: “Cerca la Via. Ma, o discepolo, sii di cuore puro prima di cominciare il tuo viaggio. Prima di muovere un passo, impara a discernere il vero dal falso, l'effimero dal durevole” (La Voce del Silenzio).
Ed il Maestro prosegue nella spiegazione della differenza fra dottrina e saggezza - cosa è ignoranza, cosa è conoscenza, e cosa è la saggezza che succede ad entrambi.
E viene poi fatta la distinzione fra la mente “simile ad uno specchio”, che raccoglie polvere mentre riflette, e le “brezze della saggezza dello Spirito che spazzano via la polvere delle nostre illusioni” ....
tratto da : a.besant verso il tempio, pag.22 e seg.
lunedì 7 dicembre 2009
genitori e figli
*(Stazione Celeste)
www.kryon.com
Kryon Risponde
Canalizzato da Lee Carroll
Genitori e Figli
Domanda: Caro Lee/Kryon, è con amore che i libri di Kryon mi sono caduti tra le mani in questo momento del mio apprendimento spirituale. Non riesco a metterli da parte. L’amore che sento quando leggo è traboccante. Ho una domanda. Nel Libro VI hai parlato di slegarsi dai propri figli. Come madre di due ragazzi di 17 e 19 anni, mi preoccupo per loro di continuo. Avranno un lavoro?, saranno felici nella vita?, e così via. Per favore, mi puoi spiegare cosa intendi quando parli di slegarsi da loro? Con amore, da un membro della famiglia.
Risposta: Il consiglio riguarda il prenderti cura di te. Ogni amoroso genitore amerà e si preoccuperà per la vita dei propri figli finché vive. Ma molti genitori vivono la loro vita in base a quanto accade ai loro figli. Quindi il consiglio è di equilibrare te stessa. Sii amorevole e disponibile, ma non permettere che ciò che accade a loro accentri tutta la tua attenzione. Se succede, allora ti assumerai la responsabilità di un’altra libera scelta: ignorerai te stessa e la tua propria spiritualità e darai via il tuo potere.
La miglior cosa che potete fare per i figli cresciuti è di amarli ed inviare loro luce tutti i giorni della loro vita. Sii là con loro, ma non vivere la loro vita per loro.
Kryon
4° Trimestre 2003
www.kryon.com
Kryon Risponde
Canalizzato da Lee Carroll
Genitori e Figli
Domanda: Caro Lee/Kryon, è con amore che i libri di Kryon mi sono caduti tra le mani in questo momento del mio apprendimento spirituale. Non riesco a metterli da parte. L’amore che sento quando leggo è traboccante. Ho una domanda. Nel Libro VI hai parlato di slegarsi dai propri figli. Come madre di due ragazzi di 17 e 19 anni, mi preoccupo per loro di continuo. Avranno un lavoro?, saranno felici nella vita?, e così via. Per favore, mi puoi spiegare cosa intendi quando parli di slegarsi da loro? Con amore, da un membro della famiglia.
Risposta: Il consiglio riguarda il prenderti cura di te. Ogni amoroso genitore amerà e si preoccuperà per la vita dei propri figli finché vive. Ma molti genitori vivono la loro vita in base a quanto accade ai loro figli. Quindi il consiglio è di equilibrare te stessa. Sii amorevole e disponibile, ma non permettere che ciò che accade a loro accentri tutta la tua attenzione. Se succede, allora ti assumerai la responsabilità di un’altra libera scelta: ignorerai te stessa e la tua propria spiritualità e darai via il tuo potere.
La miglior cosa che potete fare per i figli cresciuti è di amarli ed inviare loro luce tutti i giorni della loro vita. Sii là con loro, ma non vivere la loro vita per loro.
Kryon
4° Trimestre 2003
martedì 24 novembre 2009
domenica 15 novembre 2009
domenica 8 novembre 2009
..l'uomo che scopre ...se' stesso
" L'ultima cosa che l'uomo scopre è sé stesso.
E' una verità strana, eppure universale, che la sete umana della conoscenza debba cominciare da quello che è più lontano e finire con quello che è più vicino.
L'uomo primitivo ha studiato i cieli, ma soltanto l'uomo moderno comincia ad esplorare i misteri della propria anima.
Moltissimi uomini sono un mistero per sé stessi; molti sono perfino inconsci della esistenza del mistero.
Se noi dovessimo domandare ad un uomo comune che cosa sia lui, l'essere umano vivente; cosa accada quando egli pensa, sente od agisce; e quale sia la causa della lotta fra il bene e il male, che egli pur sente entro il suo petto, non solo egli non saprebbe rispondere, ma le domande stesse gli apparirebbero strane e nuove.
Eppure, che cosa è più strano del fatto che un essere umano possa attraversare la vita, sopportarne le vicissitudini, soffrirne le miserie, comuni a tutti gli uomini, goderne i caduchi piaceri, portarne il perpetuo fardello, senza mai chiedere perché?
Se noi vedessimo un uomo viaggiare con grande incomodo e numerose difficoltà, e se chiestogli dove vada ci sentissimo rispondere che questa domanda non gli si è mai affacciata alla mente, lo riterremmo certamente pazzo.
TRATTO DA : LA LUCE DELL'ANIMA del Dr.MarioRizzi
E' una verità strana, eppure universale, che la sete umana della conoscenza debba cominciare da quello che è più lontano e finire con quello che è più vicino.
L'uomo primitivo ha studiato i cieli, ma soltanto l'uomo moderno comincia ad esplorare i misteri della propria anima.
Moltissimi uomini sono un mistero per sé stessi; molti sono perfino inconsci della esistenza del mistero.
Se noi dovessimo domandare ad un uomo comune che cosa sia lui, l'essere umano vivente; cosa accada quando egli pensa, sente od agisce; e quale sia la causa della lotta fra il bene e il male, che egli pur sente entro il suo petto, non solo egli non saprebbe rispondere, ma le domande stesse gli apparirebbero strane e nuove.
Eppure, che cosa è più strano del fatto che un essere umano possa attraversare la vita, sopportarne le vicissitudini, soffrirne le miserie, comuni a tutti gli uomini, goderne i caduchi piaceri, portarne il perpetuo fardello, senza mai chiedere perché?
Se noi vedessimo un uomo viaggiare con grande incomodo e numerose difficoltà, e se chiestogli dove vada ci sentissimo rispondere che questa domanda non gli si è mai affacciata alla mente, lo riterremmo certamente pazzo.
Eppure, questa è precisamente la condizione della maggioranza degli uomini nella vita comune.
Essi compiono il viaggio dalla vita alla morte, si arrabattano nel faticoso cammino della vita, e non chiedono mai perché, o tutt'al più si pongonosuperficialmente il problema, senza curarsi poi in realtà di trovare una risposta."
Essi compiono il viaggio dalla vita alla morte, si arrabattano nel faticoso cammino della vita, e non chiedono mai perché, o tutt'al più si pongonosuperficialmente il problema, senza curarsi poi in realtà di trovare una risposta."
TRATTO DA : LA LUCE DELL'ANIMA del Dr.MarioRizzi
..il peccato abita in me
"Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto. Ora, se faccio quello che non voglio, io riconosco che la legge è buona; quindi non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c'è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio. Ora, se faccio quello che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me"
S.Paolo (Romani 7,15).
S.Paolo (Romani 7,15).
sabato 7 novembre 2009
giovedì 29 ottobre 2009
RIFLESSIONI: ....sulla preghiera! e... sull'egoismo
L’egoismo nella preghiera
......W.W.: Oggigiorno molte persone hanno dimenticato come si prega. Qualcuno si ricorda magari di pregare non appena le cose gli vanno male, quando ha dei desideri per sè, oppure prega per ottenere qualcosa di preciso per un suo congiunto. Questo egoismo nella preghiera non conduce proprio ad un effetto contrario?
P. A.: Quando diciamo che porta ad un effetto contrario si potrebbe pensare che il mondo spirituale possa sentirsi obbligato a distribuire delle punizioni. Ma nel registro della libertà non esiste la punizione. Ogni persona è ciò che fa di se' stesso, oppure non è ciò che non fa di se stesso.
Da questo punto di vista l’egoismo nella preghiera è come ogni altro egoismo: una regressione nel proprio sviluppo.
Perché alla fine di una preghiera egoistica l’uomo è diventato più egoista.
E’ tuttolì.
Perché alla fine di una preghiera egoistica l’uomo è diventato più egoista.
E’ tuttolì.
Il mondo spirituale non ha in aggiunta il bisogno di dargli addosso.
Dopo una “preghiera” del genere – che in realtà è l’opposto di una vera preghiera – l’uomo è diventato più egoistico di prima.
Dopo una “preghiera” del genere – che in realtà è l’opposto di una vera preghiera – l’uomo è diventato più egoistico di prima.
La mano protettiva di Dio s’estende sempre su di noi
W.W.: Ma si può davvero chiedere qualcosa alle entità spirituali in una situazione di crisi?
P.A.: Dare al mondo spirituale l’incarico di far pervenire qualcosa ad un amico o ad un nemico, è fuori luogo perché il mondo spirituale sa meglio di me cosa è utile per questa persona.
E’ diverso però, se io prego che questa persona possa fare il meglio possibile di ciò che gli succede, che possa svegliare le migliori forze dell’Io per superare questa situazione.
Questo secondo atteggiamento nella preghiera è positivo.
Una cosa del genere va sempre bene per chiunque.
W.W.: L’atteggiamento di preghiera per una situazione d’emergenza personale sarebbe dunque quello di pregare il mondo spirituale che succeda ciò che deve succedere, e non di chiedere che ci vada meglio?
P. A.: Una persona non starà meglio desiderando che la crisi non avvenga, ma solo quando ne avrà ricavato il massimo.
Mi ricordo ancora con molta precisione il momento in cui a dieci anni entrai in seminario, quando il padre disse a mio papà: «Preghi affinché Cristo tenga la sua mano stesa sopra questo bambino».
E mio padre gli rispose: «No, così non pregherò.
Pregherò che questo bambino non sottragga mai la sua testa da questa mano».
Per mio padre era chiaro che l’uomo può ritirare la sua testa in qualsiasi momento, perché fa parte della sua libertà.
Ma la mano protettrice di Dio è sempre presente.
E mio padre gli rispose: «No, così non pregherò.
Pregherò che questo bambino non sottragga mai la sua testa da questa mano».
Per mio padre era chiaro che l’uomo può ritirare la sua testa in qualsiasi momento, perché fa parte della sua libertà.
Ma la mano protettrice di Dio è sempre presente.
Quando una persona vive una malattia, chi sono io per ritenere più giusto che egli non la subisca?
Non vuol dire che io auguri questa malattia a quella persona. Ma si deve sapere che è una presunzione desiderare che questa malattia non ci sia quando è già realmente lì.
Se potessi veramente eliminarla con il mio desiderio, io sottrarrei alla persona in questione le forze decisive che potrebbe acquisire solo attraverso la malattia.
Posso però sempre aiutarla, con la mia preghiera di ricavarne il meglio grazie alla sua libertà.
Voler vivere senza egoismo è una grandissima illusione
W.W: Supponiamo che qualcuno sia malato e che si indirizzi la propria preghiera all’angelo del medico del malato chiedendo che possa dargli degli impulsi per trovare le medicine più adatte alla sua guarigione. Sarebbe egoistico?
P.A.: Da un certo punto di vista è senz’altro egoistico.
Ma io non ho nulla contro l’egoismo.
Il principio del cristianesimo non è: ama il tuo prossimo più di te stesso, perché sarebbe una illusione e inoltre impossibile, ma: ama il tuo prossimo come te stesso.
Che voi desideriate che l’altra persona continui a vivere per voi, va bene.
Ma se non si aggiunge anche l’altruismo desiderando che questa persona viva altrettanto per se' stesso, allora qualcosa non funziona.
Non è, però, perché l’egoismo sia sbagliato, ma perché manca l’altruismo.
Che si desideri qualcosa per se stessi fa parte dell’amor proprio che è assolutamente indispensabile.
Si deve soltanto con assoluta precisione ed onestà controllare se è presente solo questa dimensione dell’egoismo, oppure se c’è anche la dimensione dell’amore per il prossimo.
La differenza fondamentale tra l’amore per il prossimo e l’amore per se stessi è che l’amor proprio non è liberamente scelto, è presente automaticamente.
L’amore per il prossimo invece è una libera scelta, perché non è mai automaticamente presente.
W.W.: Anche quando si cerca di pregare regolarmente, - cioè, anche in quei momenti in cui tutto va bene -, e soprattutto si cerca di pregare in modo disinteressato, partendo da un sentimento d’amore per il prossimo, spesso questo è accompagnato da una lieve componente di egoismo: credere che alla fin fine qualcosa possa saltar fuori anche per se stessi.
Accetterebbe anche questa piccola parte di egoismo?
P.A.: La piccola parte di egoismo non mi basta, perché io prendo l’egoismo tanto seriamente quanto l’altruismo. L’egoismo c’è sempre, appieno, non può essere altrimenti. Se pensassi di non essere egoistico, vivrei nella più grande delle illusioni.
W.W.: Ma io posso anche dare qualcosa a qualcuno senza augurarmi che mi venga qualcosa in cambio.
Credo che l’uomo possa permettersi questo disinteresse, - privo di ogni componente egoistica.
Ma io non ho nulla contro l’egoismo.
Il principio del cristianesimo non è: ama il tuo prossimo più di te stesso, perché sarebbe una illusione e inoltre impossibile, ma: ama il tuo prossimo come te stesso.
Che voi desideriate che l’altra persona continui a vivere per voi, va bene.
Ma se non si aggiunge anche l’altruismo desiderando che questa persona viva altrettanto per se' stesso, allora qualcosa non funziona.
Non è, però, perché l’egoismo sia sbagliato, ma perché manca l’altruismo.
Che si desideri qualcosa per se stessi fa parte dell’amor proprio che è assolutamente indispensabile.
Si deve soltanto con assoluta precisione ed onestà controllare se è presente solo questa dimensione dell’egoismo, oppure se c’è anche la dimensione dell’amore per il prossimo.
La differenza fondamentale tra l’amore per il prossimo e l’amore per se stessi è che l’amor proprio non è liberamente scelto, è presente automaticamente.
L’amore per il prossimo invece è una libera scelta, perché non è mai automaticamente presente.
W.W.: Anche quando si cerca di pregare regolarmente, - cioè, anche in quei momenti in cui tutto va bene -, e soprattutto si cerca di pregare in modo disinteressato, partendo da un sentimento d’amore per il prossimo, spesso questo è accompagnato da una lieve componente di egoismo: credere che alla fin fine qualcosa possa saltar fuori anche per se stessi.
Accetterebbe anche questa piccola parte di egoismo?
P.A.: La piccola parte di egoismo non mi basta, perché io prendo l’egoismo tanto seriamente quanto l’altruismo. L’egoismo c’è sempre, appieno, non può essere altrimenti. Se pensassi di non essere egoistico, vivrei nella più grande delle illusioni.
W.W.: Ma io posso anche dare qualcosa a qualcuno senza augurarmi che mi venga qualcosa in cambio.
Credo che l’uomo possa permettersi questo disinteresse, - privo di ogni componente egoistica.
P.A.: Ma ciò che io desidero è contemporaneamente la gratificazione del dono.
L’egoismo indispensabile in questo caso non consiste nell’aspettarmi qualcosa dall’altro, ma nel fatto che ricevo direttamente qualcosa dal mio dono, e cioè: la gioia di potermi sentire qualcuno che dona.
Questo tipo di egoismo deve esserci per forza e va bene.
Rimane solo la domanda se sia lì da solo.
W.W.: Ma non deve essere così per forza che si voglia godere donando, anche se spesso potrebbe essere così!
P.A.: Invece sì, ognuno lo vive così, spesso senza saperlo.
Non è importante se ne siamo consapevoli o meno.
E’ l’espressione del proprio essere che è egoistico in modo sano.
Il mio essere si esprime, si manifesta come essere che dona.
Perciò è una grandissima illusione voler abolire l’egoismo.
Per poterlo fare dovrei abolire me stesso, e questo di nuovo non serve al mondo.
In questa condanna dell’egoismo consiste una delle moralizzazioni più grosse, più vaste della storia dell’umanità.
Si pensa che colui che ama gli altri più di se stesso sia un uomo migliore.
Così si vuole Cristo “Supercristo”.
Ed invece ciò che conta è che siamo tutti membri di un unico corpo, il corpo di Cristo.
Non si può amare un membro più di un altro. O amo l’intero organismo, ma allora con tutti i suoi membri, me stesso incluso, oppure non amo l’intero organismo.
O c’è benessere per tutti, oppure rovina per tutti.
In ciò che è cristiano, cioè veramente umano, non esiste la salvezza privata, perché non c’è un’esistenza privata nell’unità dell’organismo umano.
TRATTO DA: le dimesioni della preghiera,intervista con Pietro Archiati
L’egoismo indispensabile in questo caso non consiste nell’aspettarmi qualcosa dall’altro, ma nel fatto che ricevo direttamente qualcosa dal mio dono, e cioè: la gioia di potermi sentire qualcuno che dona.
Questo tipo di egoismo deve esserci per forza e va bene.
Rimane solo la domanda se sia lì da solo.
W.W.: Ma non deve essere così per forza che si voglia godere donando, anche se spesso potrebbe essere così!
P.A.: Invece sì, ognuno lo vive così, spesso senza saperlo.
Non è importante se ne siamo consapevoli o meno.
E’ l’espressione del proprio essere che è egoistico in modo sano.
Il mio essere si esprime, si manifesta come essere che dona.
Perciò è una grandissima illusione voler abolire l’egoismo.
Per poterlo fare dovrei abolire me stesso, e questo di nuovo non serve al mondo.
In questa condanna dell’egoismo consiste una delle moralizzazioni più grosse, più vaste della storia dell’umanità.
Si pensa che colui che ama gli altri più di se stesso sia un uomo migliore.
Così si vuole Cristo “Supercristo”.
Ed invece ciò che conta è che siamo tutti membri di un unico corpo, il corpo di Cristo.
Non si può amare un membro più di un altro. O amo l’intero organismo, ma allora con tutti i suoi membri, me stesso incluso, oppure non amo l’intero organismo.
O c’è benessere per tutti, oppure rovina per tutti.
In ciò che è cristiano, cioè veramente umano, non esiste la salvezza privata, perché non c’è un’esistenza privata nell’unità dell’organismo umano.
TRATTO DA: le dimesioni della preghiera,intervista con Pietro Archiati
venerdì 23 ottobre 2009
giovedì 22 ottobre 2009
riflessioni di Benedetto XVI
....Vorrei concludere queste riflessioni su san Bernardo con le invocazioni a Maria, che leggiamo in una sua bella omelia. "Nei pericoli, nelle angustie, nelle incertezze, - egli dice - pensa a Maria, invoca Maria. Ella non si parta mai dal tuo labbro, non si parta mai dal tuo cuore; e perché tu abbia ad ottenere l'aiuto della sua preghiera, non dimenticare mai l'esempio della sua vita. Se tu la segui, non puoi deviare; se tu la preghi, non puoi disperare; se tu pensi a lei, non puoi sbagliare. Se ella ti sorregge, non cadi; se ella ti protegge, non hai da temere; se ella ti guida, non ti stanchi; se ella ti è propizia, giungerai alla meta..".
(Hom. ii super "Missus est", 17: PL 183, 70-71).
domenica 20 settembre 2009
i santi
«I santi sono come le stelle all’orizzonte della nostra storia, che irradiano in continuazione luce nel mondo in mezzo agli annuvolamenti di questo tempo, in mezzo alla sua oscurità, cosicché possiamo vedere qualcosa della luce di Dio. E se qualche volta siamo tentati di dubitare della bontà di Dio a causa delle vicissitudini della storia, se siamo assaliti dal dubbio anche nei confronti dell’uomo, perché non sappiamo se sia buono o piuttosto intimamente cattivo e pericoloso, se dubitiamo anche della Chiesa a causa delle controversie e delle miserie che la travagliano, allora guardiamo a questi uomini che si sono aperti a Dio, a questi uomini nei quali Dio ha preso forma. E da essi riceveremo di nuovo luce.»
Joseph Ratzinger
Joseph Ratzinger
sabato 12 settembre 2009
giovedì 30 luglio 2009
Benedetto XVI e l'angelo custode
"Purtroppo il mio angelo custode non ha impedito il mio infortunio, seguendo certamente ordini superiori. Forse il Signore voleva insegnarmi più pazienza, più umiltà, darmi più tempo per la preghiera e la meditazione".
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